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Angeli e Demoni: dicevano così alla bimba che voleva riabbracciare il papà

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angeli e demoni
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La scorsa settimana sono stati resi noti i dettagli dell’indagine Angeli e Demoni che ha colpito la rete dei servizi sociali della Val D’Enza.

Sono giorni che non si parla di altro e la discussione su questa indagine è molto attiva anche sui social, d’altronde la storia è davvero agghiacciante e ha colpito molte persone.

Tra queste anche Filippo Savarese di CitizenGo Italia che dal suo profilo Facebook ha scritto un post in cui riporta uno stralcio di conversazione tra una delle bambine in affido, l’affidataria e la psicologa.

Nel colloquio emerge proprio il modus operandi utilizzato per strappare questi bambini dalle braccia dei loro genitori.

Parte di questa intercettazione è riportata anche su TGCom24 e racconta come venivano raggirati i bambini facendo credere loro cose non reali.

Una delle vittime dell’indagine Angeli e Demoni è Giulia, una bambina che soffre di crisi epilettiche, strappata dalla sua famiglia con l’accusa di abusi sessuali da parte del padre.

La sua famiglia affidataria era composta da due donne, una delle quali aveva avuto precedentemente una storia con la responsabile dei servizi sociali.

Come sottolinea Savarese è importante leggere “per capire di quale tipo di violenza estrema e criminale stiamo parlando”.

Angeli e demoni: i dettagli della conversazione

Bambina: “Ma io non mi ricordo perché non li posso più vedere...”. Psicologa: “Ma non ti ricordi che hai detto che tuo padre non lo volevi più rivedere? Io ricordo questo“.

Bambina: “Non ho detto questo… io non ho detto che non volevo vederlo“. Affidataria: “Sì, hai detto che non volevi vederlo perché avevi paura che ti facesse del male… che si potesse vendicare… o che ti potesse portare via. Ti ricordi la paura che hai sentito? Te la ricordi adesso?

Durante la conversazione emersa dall’indagine si denota come psicologa e affidataria cerchino di convincere la bambina a raccontare la loro versione al giudice.

Psicologa:Quello che tu dirai al giudice il tuo papà non lo saprà, neanche la tua mamma!”. Psicoterapeuta: “Forse sono io che mi ricordo male, ma quando ti hanno detto che non avresti più visto il tuo papà tu eri contenta, te lo ricordi?

Bambina: “Non mi viene in mente, non mi ricordo di aver detto così“. Affidataria: “Guarda che non c’è niente di male! Perché se tu hai vissuto una situazione che ti ha fatto stare tanto male… d’accordo, tu come bimba puoi dirlo che stai proprio male e che non hai voglia di star male così (…) Sono gli adulti che si occupano dei bambini, non viceversa. Non è che se tu hai detto che stavi tanto male e non volevi più vederlo sei una brutta bambina“.

Psicoterapeuta: “Tu vorresti incontrarli?“. Bambina: “Mi piacerebbe, anche per rivederli, anche fisicamente. Ogni tanto mi capita di piangere perché mi mancano gli abbracci di papà.

Questa è solo una delle tante storie di questi poveri bambini costretti a denunciare le proprie famiglie per crimini mai commessi e tutto per l’ignobile guadagno di pochi.