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Indiano: ‘i genitori devono chiedere il consenso ai figli prima di farli nascere’

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antinatalista

Un “antinatalista” indiano porta in tribunale mamma e papà per averlo messo al mondo. Si chiama Raphael Samuel il ventisettenne indiano che, nei giorni scorsi, ha fatto sapere di voler portare di fronte ad un giudice i suoi genitori.

La loro colpa? Averlo fatto nascere senza il suo consenso, esercitando quindi violenza su di lui. L’uomo, attivista del cosiddetto movimento “antinatalista”, ha tuttavia affermato di avere un ottimo rapporto con mamma e papà.

“Li amo e con loro vado d’accordo, ma mi hanno amato solo per la loro gioia e il loro piacere” avrebbe detto Samuel, come riferito dai media.

Il giovane indiano – si legge in un articolo sulla singolare vicenda pubblicato su Il Primato Nazionale – si è detto convinto che le persone hanno il diritto di chiedere al proprio padre e alla propria madre una spiegazione sul motivo per cui le hanno generate.

In una sorta di dichiarazione “urbi et orbi”, rivolta al mondo attraverso un video pubblicato su you tube, l’uomo ha dichiarato tra l’altro: “I tuoi genitori sono due persone di età compresa tra i 20 e i 25 anni che volevano solo passare una bella notte insieme. E poi hanno avuto te”.

Nello stesso video, l’attivista antinatalista sembra abbia inoltre precisato che la cosa migliore sarebbe quella di “non avere figli”.

“Antinatalista”. Cosa significa e di cosa si tratta?

L’antinatalismo è un movimento di pensiero che assegna un valore negativo alla nascita. In altre parole, per semplificare, a detta dei suoi sostenitori il mondo dovrebbe essere senza bambini.

A tale pessimistica teoria hanno aderito pensatori di notevole rilievo. Tra i nomi più noti figurano Giacomo Leopardi, Emil Cioran e Arthur Shopenauer, secondo cui “il valore della vita è fondamentalmente negativo, perché qualsiasi esperienza positiva sarà sempre minore rispetto alla sofferenza, sentimento molto più forte”.

Sulla questione il filosofo sudafricano David Benatar nel 2006 ha pubblicato “Better Never to have born” (pubblicato in Italia da Carbonio Editore con il titolo “Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo”),

Un libro che inizia con un’affermazione che non lascia spazio a dubbi sulle convinzioni dell’autore: “Ognuno di noi ha subìto un oltraggio nel momento in cui è stato messo al mondo. E non si tratta di un oltraggio da poco poiché anche la qualità delle vite migliori è pessima e notevolmente peggiore di quanto riconosca la maggior parte delle persone”.

Poi, procedendo nell’analisi attraverso capitoli dai titoli inequivocabili (“Perché venire al mondo è sempre un male”; “Estinzione”; “Risposta all’ottimista”; “Morte e suicidio”), giunge alla conclusione secondo cui “visto che la vita è male, almeno non fate figli”.

I genitori dunque, mettendo al mondo i figli, eserciterebbero su di loro una violenza, consistente nel costringerli a sopportare le difficoltà della vita.

Il commento

Se è senz’altro vero, come poco sopra indicato, che l’antinatalismo ha avuto sostenitori in grado di esprimere riflessioni filosoficamente articolate più o meno condivisibili, lo è altrettanto il fatto che il movimento ha dato vita a prese di posizione alquanto “particolari”.

Come quelle di chi dice che “la procreazione umana danneggia gli animali e l’ambiente naturale” (Gerard Harrison e Giulia Tanner).

O di chi afferma che le politiche antinataliste potrebbero risolvere problemi come la sovrappopolazione, la carestia e l’esaurimento delle energie non rinnovabili.

E va anche ricordato che tra i gruppi che incoraggiano e divulgano l’antinatalismo figura il Voluntary Human Extinction Movement (Movimento per l’estinzione umana volontaria).

Non far nascere bambini dunque, per non “rovinare” il mondo e non farli soffrire senza il loro consenso. “La procreazione – sostiene l’antinatalista Jimmy Alfonso Licon – è moralmente giustificata solo se c’è qualche modo per acquisire un consenso informato da una persona non-esistente; ma questo è impossibile, perciò, la procreazione è immorale”.

In proposito, a conclusione, valgono le parole di Elena Sempione che su Il Primato Nazionale, circa la vicenda del giovane indiano che vuole denunciare i genitori per averlo messo al mondo, scrive: “in questo cortocircuito mentale rimane ovviamente poco chiaro come due persone riescano a chiedere a un feto se è d’accordo con il proprio stesso concepimento. Ma anche questo rischia di essere inutile e farebbe perdere di vista il punto centrale della questione: la retorica dei diritti è completamente sfuggita ai propri sostenitori. E i risultati, ormai, sono assolutamente grotteschi e ridicoli”.