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Asprilla, la malavita colombiana e i rapporti tra boss e calciatori

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Dichiarazione shock dell’attaccante di punta della nazionale colombiana Faustino Asprilla che ha svelato i rapporti tra malavita colombiana e sport.

2 Aprile 1997: durante la partita valida per le qualificazioni al mondiale, Asprilla e il portiere del Paraguay Josè Luis Chilavert ebbero un battibecco. Una rissa incominciata in campo e finita negli spogliatoi.

Sono passati 22 anni e solo oggi Asprilla ha confessto in un documentario intitolato Faustino il Grande, trasmesso dalla trasmissione colombiana Telepacifico, cosa successe dopo.

«Non appena l’incontro finì arrivò una telefonata e qualcuno mi disse: “Sono Julio Fierro, puoi venire qui al mio hotel?”», racconta l’ex Parma.

Furono i narcos a contattare Faustino Asprilla: «Arrivai all’hotel e quell’uomo era con altre dieci persone, tutte ubriache e accompagnate da donne paraguaiane».

«Andai con Aristizábal e ci dissero: “Abbiamo bisogno che tu dia l’autorizzazione perché questi due uomini rimarranno qui ad Asunción, vogliono uccidere quel ciccione di Chilavert”», continua Asprilla.

Chiesero ad Asprilla il permesso di giustiziare Chilaverta. Ma la risposta di Asprilla fu secca: “Ma sei pazzo? Quel che succede in campo finisce in campo. Finisce lì”.

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Calcio e malavita: non solo Asprilla

Può sembrare strano ma i casi di contatti tra calciatori e malavita sono più frequenti di quanto si possa immaginare.

Rimanendo in Colombia: il narcotrafficante Pablo Escobar ai tempi della sua reclusione nel carcere denominato La Catedral, riuscì a far giocare la nazionale colombiana in una partitella nel campo adiacente alla prigione.

Emblema di quella nazionale fu sicuramente il portiere: Renè Higuita. Ricordato per il suo look, per le sue scorribande in dribbling fuori dall’area e per la leggendaria parata dello scorpione.

Con la nazionale perse il mondiale del 1994 perché era in carcere per aver mediato durante un sequestro di persona, non avvisando le autorità competenti.

Anche in Italia abbiamo dei casi. È ben nota la frequentazione di Diego Armando Maradona con i boss della camorra ai tempi della sua militanza nel Napoli. Boss che gli fornivano cocaina e donne in quantità.

E sempre a Napoli sono molte le fotografie, pubblicate addirittura sui social, di giocatori con i boss locali. Pepe Reina, Paolo Cannavaro tra i calciatori immortalati.

Fabrizio Miccoli, ex stella del Palermo, balzò agli onori delle cronache per l’intercettazione nella quale diceva al boss Lauricella: “Ci vediamo sotto l’albero di quel fango di Falcone”.

Fu condannato dal tribunale di Palermo a tre anni e sei mesi per estorsione, con le aggravanti di aver commesso il fatto avvalendosi del metodo mafioso.

Insomma un intreccio pericoloso e non sempre edificante. I boss facendosi vedere con le star ne guadagnano in termini di consenso sociale e di legittimazione personale, a volte con vantaggi anche economici.

La domanda invece è: perché i calciatori accettano di farsi vedere con queste persone? Le motivazioni restano da comprendere. – Foto YouTube, Wikipedia, Facebook