Digita per cercare

Politica

Carlo Calenda, crisi di coscienza: «Abbiamo detto stron*ate per 30 anni»

Condividi
calenda

Carlo Calenda, parlamentare europeo, oggi ha manifestato sotto il Mise insieme agli operai della Ex-Embraco per chiedere chiarimenti alla nuova proprietà.

Non sono mancate le tensioni tra il politico e i lavoratori presenti: uno di loro lo ha accusato di avere «409 lavoratori sulla coscienza».

La risposta piccata di Carlo Calenda non si è fatta attendere e, invitando il manifestante a tacere, gli ricorda: «Senza di me eravate tutti licenziati».

Probabilmente gli scambi di opinioni, anche ruvidi, con i lavoratori hanno portato l’ex PD a delle profonde riflessioni sul suo operato di governo.

Carlo Calenda: «Abbiamo raccontato cazzate»

Carlo Calenda ieri sera è intervenuto alla presentazione del libro di Antonio Polito e ha ricordato le cinque ore passate sotto il Ministero dello sviluppo.

Cinque ore passate, per la prima volta, a manifestare fuori dal Ministero e non a lavorare dentro lo stesso. Ha quindi parlato della situazione della Embraco.

«La Embraco – racconta – è un’azienda di straordinaria capacità. Gli operai sono i migliori. A un certo punto l’azienda dice loro di andare a fare training agli operai slovacchi. Loro ci vanno, ma intanto chiedono: “Mica chiuderete e vi trasferite?”. E quelli assicurano che no, non lo faranno. Ma poi gli chiudono la fabbrica».

Il parlamentare europeo giunge quindi a una riflessione che spiazza tutti, compreso Massimo D’Alema presente in sala.

«Una delle più grandi cazzate che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro. Per cui pensiamo che un operaio di cinquant’anni che ha passato la vita a fare impianti può andare a lavorare nell’economia delle app. Queste cazzate le abbiamo sostenute, io le ho sostenute, per trent’anni. E poi dice che vincono i sovranisti...».

Ma non finisce qui, Carlo Calenda continua e stupisce ancora: «Io per trent’anni ho ripetuto tutte le banalità che si sono dette nel liberismo economico. Quando Giavazzi e Alesina scrivevano sul Corriere che non bisognava salvaguardare il posto di lavoro ma il lavoro, io dicevo ‘oh che gran figata’. Poi quando ho avuto davanti l’operaio dell’Embraco ho capito che era una gran cacchiata».