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Confcommercio: «Non rischiano solo alcuni settori, tra qualche mese…»

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Perdite per 120 miliardi da qui a fine 2020 a causa dell’emergenza covid-19: è la previsione di Confcommercio in audizione alla Commissione Industria del Senato.

Nel commercio e nel turismo ci sono circa 270mila imprese a rischio con una perdita di 420mila posti di lavoro. “Gli operatori hanno perso la pazienza, non hanno visto nulla oltre ai 600 euro” ha detto Enrico Postacchini, membro di Giunta di Confcommercio.

“La stagione turistica – secondo Confcommercio – sarà tutta in perdita”, ad andare in vacanza, escludendo quelli che hanno una seconda casa, sarà il 20% degli italiani.

Sempre Postacchini, in una recente intervista rilasciata a Omnibus, aveva detto che “nel momento in cui si è decisa la chiusura della maggior parte delle attività, non si è provveduto a sostegni adeguati”.

Confcommercio, Postacchini: “Rischiamo di restare senza risorse”

Per Confcommercio sono arrivati pochi strumenti, garantiti soltanto da un punto di vista comunicativo: “Ricordo – diceva Postacchini a Omnibus – che i reparti in questione, in particolare commercio e servizi, rappresentano il 75% del nostro PIL”.

Si tratta di settori che, secondo Confcommercio, “quando strillano in realtà non lo fanno soltanto per se stessi e la sopravvivenza delle proprie aziende ma irreversibilmente per il mantenimento di tutto il sistema previdenziale, assicurativo e infortunistico del Paese”.

Il rischio, secondo Postacchini è che “l’Italia non abbia risorse per provvedere alla maggior parte dei cittadini”. Alla domanda della giornalista di Omnibus, se si sarebbe potuto aprire prima, il membro della Giunta di Confcommercio fa un’osservazione corretta.

“Nel periodo di picco le attività aperte considerate di generi essenziali hanno rappresentato da un punto di vista infettivo rischio zero con infezioni soltanto in alcuni casi sporadici. E sono attività ad alto rischio: supermercati, alimentari, farmacie”.

In effetti, nonostante il Governo abbia provveduto a lasciare giustamente operative le attività essenziali, non abbiamo mai sentito parlare di infezioni tali da procurare allarme. Perché dunque non fare aprire quelle a basso rischio?