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Dati del Covid 19: un horror in stile Vanzina

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Analisi narrativa del racconto fatto dagli organi di informazione sui dati dell’emergenza COVID 19.

Pubblichiamo volentieri il primo contributo di Gianluca D’Agostino per oltre tv. Gianluca D’Agostino ha un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione conseguito presso l’Università di Macerata, è stato ricercatore presso il Dipartimento di Inglese dell’Università di Stanford, Visiting Scholar presso il Film Studies Department dell’Università della California Berkeley e presso il Media and Communication Department della Fordham University. Il suo saggio “High Concept, ideazione narrativa e marketing nel grande cinema” è presente nelle principali università: Bologna, Roma 3, IUAV, Francoforte, Princeton, Yale e New York University. E’ consulente narrativo di autori di fiction e saggistica e per le principali case editrici italiane (Academia).

Dal 9 Marzo 2020 l’emergenza Coronavirus creata dai news media ha alimentato un clima di terrore spesso non giustificato dai dati.

Questo articolo che non ha ambizioni analitiche di natura medico-scientifica, è un’analisi fattuale della struttura narrativa del film Coronavirus che ci è stato raccontato dai media e nel quale stiamo tutti vivendo.

La domanda alla quale questo articolo vuole rispondere è: l’allarmismo sul Coronavirus creato dalla narrazione degli organi di informazione è giustificato dai dati ufficiali?

L’obiettivo è quello di far rispondere a questa domanda direttamente il lettore, sulla base delle informazioni finora raccolte e che sono oggetto dell’analisi che trovate di seguito.

Partiamo dal fatto che l’intera narrazione del film Coronavirus si basa sui dati. Questi famosi dati, di cui tutti parlano e che i media ci propinano quotidianamente, sono in realtà qualcosa di mitologico e leggendario perché nessuno li conosce veramente, nemmeno coloro che dovrebbero possederli di diritto e gestirli per nostro conto.

Finora infatti la pubblica amministrazione, sia quella di livello statale che regionale, non ha rilasciato alcun dato ufficiale che ci permetta di poter valutare la portata epidemiologica, il tasso di diffusione, il tasso di mortalità e quindi il livello di pericolosità del fenomeno Coronavirus.

Al fine di fornire sin da subito uno strumento di lettura efficace al lettore che vuole comprendere meglio come distinguere le notizie false dalle informazioni comprovate, sarà sufficiente che ogni volta che il lettore legge un articolo, un report, una statistica o ascolta una conferenza stampa, verifichi semplicemente che i dati forniti: 1) siano collocati in un’area geografica determinata 2) che siano all’interno di un quadro temporale delimitato (da – a) e, soprattutto, se si sta parlando di numero di decessi 3) che la causa di morte sia stata giuridicamente accertata.

Infatti i dati epidemiologici che si basano sui tamponi faringei secondo tutti gli studi finora eseguiti e raccolti dai ricercatori dell’Oxford COVID-19 Evidence Service Team presso il Centre for Evidence-Based Medicine, Nuffield Department of Primary Care Health Sciences dell’Università di Oxford hanno un’accuratezza che varia tra il 45 e il 60% e perciò non sono affidabili.

Cosa significa questo? Che qualunque informazione relativa a decessi e contagi deve sempre essere inserita in una finestra temporale di riferimento, che contenga le preposizioni “DA – A” e che qualunque narrazione che racconti la storia di qualcuno che è deceduto a causa del Coronavirus debba essere sempre supportata da un referto autoptico, altrimenti non possiamo mettere Covid 19 nel titolo di un articolo.

Nelle ultime settimane il sottoscritto ha raccolto e verificato le storie raccontate dai principali organi di informazione richiedendo e analizzando i dati forniti dalle istituzioni statali e regionali preposte alla gestione dei dati.

Il quadro che ne è emerso differisce in maniera sostanziale dalla narrazione raccontata dai principali news media ma lasciamo che sia il lettore a giudicare.

Cominciamo dall’inizio:

I dati dell’ISTAT e “la selezione”

Il giorno 8 aprile 2020 ho richiesto all’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) i dati relativi al numero di decessi avvenuti sul territorio nazionale nel primo trimestre del 2019 e quelli relativi al primo trimestre del 2020 perché volevo verificare e quantificare l’impatto demografico dell’epidemia.

Nel primo trimestre del 2019 (1 gennaio – 31 Marzo) i decessi dei cittadini italiani residenti sul territorio nazionale sono stati 185.967 (Fonte: ISTAT).

Per quanto riguarda i dati del primo trimestre 2020  ISTAT non li ha ancora rilasciati.

L’unica fonte disponibile riguardo il primo trimestre 2020 è quella di Italiaora.org – Real Time Statistic Project, secondo cui il numero dei decessi è intorno ai 180.000.

Ora, se ci fosse una pandemia in corso, i decessi del primo trimestre di quest’anno dovrebbero essere di più e non di meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Il dato di Italiaora.org non mi è stato confermato dall’ISTAT perché ISTAT non ha rilasciato i dati totali dei decessi del 2020 ma soltanto una “selezione”.

Prima che io potessi sollevare alcuna obiezione sull’incompletezza dei dati, ISTAT ha allegato ai dati a me forniti la seguente nota: “i dati messi a disposizione non riguardano un campione di comuni, ma una selezione di questi ultimi pari a 1.084 comuni.”

Tenete presente che il numero totale dei comuni italiani è di 7904 e che quindi la percentuale dei dati che ISTAT ha messo a disposizione e che loro definiscono “selezione” è circa il 13% dei comuni italiani. L’ufficio stampa di ISTAT mi ha riferito che è la prima volta che l’ISTAT fornisce una selezione dei dati e non il numero totale dei decessi e questo è dovuto all’emergenza COVID 19.

La “selezione” fornita da ISTAT non può nemmeno essere definita un campione statistico perché un campione è costituito in modo da consentire, con un rischio definito di errore, la generalizzazione all’intera popolazione. Ma per loro stessa ammissione, si tratta di una selezione, operata sulla base di una loro non specificata “valutazione” che in termini statistici non è rappresentativa di nulla.

Qui suona il primo campanello d’allarme perché tutti gli organi di informazione stanno pubblicando dati sui decessi relativi al primo trimestre 2020, mentre l’Istituto Nazionale di Statistica, che è l’organo preposto dal governo per le statistiche demografiche, non ha pubblicato nessun dato ufficiale né conferma quelli forniti dagli organi di informazione.

Insieme all’ISTAT l’altro ente del Governo italiano preposto alla gestione dei dati anagrafici riguardanti la popolazione è l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) che fa capo al Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali del Ministero dell’Interno. Oltre a questi due enti c’è il Sistema nazionale di sorveglianza della mortalità giornaliera (SISMG) che monitora in tempo reale il numero dei decessi giornalieri nella popolazione e segnala eccessi di mortalità al fine di attivare in tempi brevi interventi di risposta all’emergenza. Tuttavia il SISMG monitora soltanto 34 città italiane, che rappresentano solo il 20% della popolazione Italiana.

E nessuna, ripeto, nessuna di queste istituzioni ha finora fornito dei dati ufficiali e completi sul numero dei decessi avvenuti in Italia dal 1 gennaio 2020 ad oggi.

Quindi l’unica domanda che continuo a farmi é: da dove prendono i numeri dei decessi i giornali e i network tv?

A confondere ancora di più  il  quadro è  il  Decreto  legislativo 6  settembre  1989, n. 322, “Norme sul Sistema  statistico  nazionale e sulla riorganizzazione dell’ Istituto nazionale di statistica” che all’art.9 (disposizioni per la tutela del segreto statistico) prevede che in casi straordinari l’ISTAT può apporre il cd. segreto statistico.

In pratica ISTAT può rifiutarsi di fornire i dati raccolti e all’art. 8 dello stesso decreto “Segreto di ufficio degli addetti agli uffici di statistica” si sancisce che “Le norme in materia di segreto d’ufficio previste dal vigente ordinamento dell’impiego civile dello Stato si applicano a tutti gli addetti agli uffici di statistica”. Il che significa che se viene posto il segreto statistico ad alcuni dati, gli addetti agli uffici di statistica sono obbligati a non rivelarne l’esistenza al richiedente, ma possono fornirli solo ad un magistrato che ne faccia eventualmente richiesta.

Vediamo per quali finalità ISTAT può opporre il segreto sui dati raccolti. Al primo comma dell’articolo 9 del decreto si sancisce che i dati non possono essere esternati se non in forma aggregata, cioè i dati rappresentano una moltitudine di soggetti in modo che non si possa identificare i soggetti-oggetto dei dati. Quindi il comma serve a tutelare il diritto alla riservatezza e alla privacy.

Al secondo comma dell’art. 9 si ripete il contenuto del primo comma ma la sorpresa arriva al terzo comma che riporto integralmente:

In casi eccezionali, l’organo responsabile dell’amministrazione nella quale è inserito l’ufficio di statistica può, sentito il comitato di cui all’art. 17, chiedere al Presidente del Consiglio dei Ministri l’autorizzazione ad estendere il segreto statistico anche a dati aggregati.

Di conseguenza l’ISTAT può in casi eccezionali apporre il segreto alla pubblicazione dei dati in loro possesso, nonostante all’art. 10 del decreto “Accesso ai dati statistici” si sancisca che:

I dati elaborati nell’ambito delle rilevazioni statistiche comprese nel programma statistico nazionale sono patrimonio della collettività e vengono distribuiti per fini di studio e di ricerca a coloro che li richiedono secondo la disciplina del presente decreto, fermi restando i divieti di cui all’art. 9.

Ricapitolando: da una parte abbiamo il sistema dell’informazione dei mass media che crea allarmismo diffondendo dei dati che non hanno alcun riscontro demografico perché le istituzioni preposte non li hanno mai pubblicati. Dall’altra abbiamo le istituzioni come Istat e Ministero dell’Interno che non forniscono alcun dato ufficiale riguardo il numero dei decessi.

Se volessimo usare una metafora cinematografica, potremmo dire di essere dentro il film L’aereo più pazzo del mondo. Ma qui stiamo parlando della Pubblica Amministrazione che si rifiuta di fornire dati ufficiali riguardo il numero dei decessi di quello che sembra essere il peggiore caso di epidemia nella storia recente del nostro paese. Nel frattempo i media hanno generato uno stato di allarmismo senza il supporto di alcun dato demografico né giuridico. Dobbiamo infatti tenere presente che oltre al numero dei decessi ciò che manca è la certificazione della causa di morte, che è l’unico elemento giuridico in grado di identificare e quantificare la presenza di un’epidemia.

Questa riportata nell’immagine è la pagina 3 della circolare del Ministero della Salute con le Indicazioni emergenziali relative all’epidemia Covid 19 riguardanti il settore funebre, cimiteriale e di cremazione pubblicata il 1 aprile 2020.

E’ necessaria una riflessione sull’ambiguità del predicato verbale utilizzato dal Ministro della Salute: “non si dovrebbe procedere”. Che cosa significa esattamente? Che è sconsigliato o che è vietato? Un’ambiguità simile sull’operatività dello strumento che consentirebbe di qualificare e quantificare l’epidemia, non solo è incomprensibile ma significa che l’identificazione dell’epidemia non è rilevante, quindi studiare il virus non è un obiettivo del governo.

E allora ci sorgono subito due doimande:

  1. Perché mettere in allarme la popolazione se il virus non lo si vuole conoscere?
  2. Se le autopsie sono vietate, gli organi di informazione come fanno a identificare i decessi da Coronavirus?

Sapendo che secondo l’Unità Covid 19 dell’Università di Oxford i tamponi faringei sono inaffidabili, si deve per forza concludere che senza autopsia non hai la causa di morte e senza causa di morte non hai il dato necessario per qualificare e quantificare il fenomeno epidemico.

L’allarmismo di fantasia però non è prerogativa esclusiva della narrazione degli organi di informazione.

L’Istituto Superiore di Sanità inventa nuove categorie di soggetti

Il 6 aprile 2020 l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato un documento dal titolo “Survey nazionale sul contagio COVID-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”.

La  fonte  dei  dati  dell’indagine è  costituita  da 2399  RSA (Residenze Sanitarie per Anziani) presenti in tutte  le  regioni italiane e le due province autonome, incluse nel sito dell’Osservatorio Demenze dell’ISS. Ad ognuno dei referenti di ogni singola RSA è stato inviato un questionario di 29 domande che indaga la situazione in corso a partire dal 1  febbraio  2020 e le procedure ed i comportamenti adottati per ridurre il rischio di contagio da COVID-19.

Queste strutture ospitano una popolazione complessiva di 44.457 degenti. Alle ore 9.00 del 6 aprile 2020 avevano risposto al questionario 577 strutture pari al 27% delle strutture contattate.

La maggior parte di queste 577 RSA scrutinate dall’Istituto Superiore di Sanità si trovano nelle regioni più colpite dalla presunta pandemia: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Lazio.

Come potete verificare voi stessi, dai risultati dell’indagine riportata a pagina 9 del Survey, dal primo febbraio al 6 aprile 2020 su 3859 soggetti deceduti, soltanto 133 erano positivi al tampone del Coronavirus. Stiamo parlando di una percentuale di decessi per Coronavirus che è del 3.4%.

La cosa strana è che in questa pagina il compilatore identifica il dato dei 133 positivi al Coronavirus su 3859 decessi con una percentuale del 3,1%, mentre secondo il calcolo fatto da noi la percentuale dei deceduti da Covid 19 è più alta di quella calcolata dal compilatore, infatti 133 rappresenta il 3,4% di 3859.

Tuttavia l’aspetto narrativo più incredibile di questo racconto è che, se leggete il paragrafo a pagina 9 che riporto di seguito, il compilatore del Survey con un artificio narrativo vorrebbe estendere il dato dei decessi per Coronavirus includendo in modo palesemente forzato nella percentuale anche 1310 soggetti con sintomi simil-influenzali.

Il compilatore infatti tenta di aggregare al dato dei positivi al tampone anche coloro che avevano dei sintomi “simil-influenzali” facendo così arrivare la percentuale al 37% e creando nel contempo una nuova categoria epidemiologica: COVID 19 + sintomi influenzali.

Non potendo ovviamente mentire su un rapporto ufficiale, perché si tratterebbe di falso in atto pubblico (Art. 483 C.P), il compilatore aggiunge all’espressione “decessi di persone positive” la frase “o con manifestazioni simil-influenzali“.  Una specie di gioco delle tre carte in stile medico-sanitario.

Questa impostazione narrativa si ripete anche nella TABELLA 2 a pagina 11 del Survey dove, anche se è riportato il totale dei decessi per COVID 19, che ricordiamo essere di 133 su 3859, si cerca di creare una nuova categoria di insieme, aggregando il dato dei soggetti deceduti positivi al tampone con soggetti deceduti con sintomi simil-influenzali. Un impostazione che va bene per le commedie di Vanzina ma che in un racconto dal titolo “Survey nazionale sul contagio COVID-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie” è decisamente fuori luogo.

 

Come potete verificare voi stessi, nella Tabella 2 la categoria dei soggetti deceduti positivi al COVID 19 viene unita a quella dei soggetti che avevano soltanto dei sintomi SIMIL-INFLUENZALI. Quello che manca in questa tabella è la percentuale di soggetti deceduti la cui causa di morte è stata accertata come dovuta esclusivamente a COVID 19. In pratica manca il dato più importante.

Teniamo presente che la definizione “sintomi simil-influenzali” significa che il soggetto in questione non soffre di uno stato influenzale ma accusa solamente dei sintomi che possono essere tosse, febbre, mal di gola o anche soltanto uno di questi.

Le percentuali elencate nella tabella si riferiscono perciò ad un insieme di soggetti che non ha alcuna ragion d’essere aggregata, perché questo insieme è composto lo ricordiamo da quei 133 soggetti positivi al Coronavirus e dai 1310 soggetti che presentavano dei sintomi simili all’influenza.

Quindi la domanda è: perché il compilatore nel calcolare la percentuale dei decessi per Covid 19 mette insieme soggetti risultati positivi al tampone con soggetti che avevano solo dei sintomi simil influenzali?

Comprendiamo l’intento del compilatore, nel voler “arricchire” il dato dei deceduti attribuendo alla categoria dei positivi da covid 19 anche chi aveva solo dei sintomi, ma stiamo parlando di un prestigioso Istituto di ricerca che si definisce “Superiore” e che lo ricordiamo, nasce nel 1931 su iniziativa della Fondazione Rockefeller.

Questo è lo stile narrativo con il quale l’Istituto Superiore di Sanità ci racconta questo film.

Dopo avere letto il rapporto ho contattato il dott. Graziano Onder dell’ISS al quale ho chiesto se fosse possibile avere la totalità dei dati contenuti nell’indagine. Il dott. Onder mi ha risposto che per avere i dati completi bisogna fare una richiesta scritta alla PRESIDENZA dell’ISS ma ha aggiunto: “Non è detto che questi le saranno forniti”.

Se il lettore fosse interessato a inoltrare la richiesta l’indirizzo email è [email protected].

Questo per quanto riguarda il quadro narrativo che sono riuscito a ricostruire a livello nazionale.

Per la Regione Lombardia la trasparenza sui dati è “di intralcio”

A livello regionale il racconto diventa anche più straordinario e fantasioso e soprattutto si manifesta in aperta contraddizione rispetto alle informazioni allarmistiche diffuse dagli organi di informazione.

Partiamo dalla Lombardia che è stata la regione italiana apparentemente più colpita da questa  epidemia.

All’inizio del mese di aprile 2020, la redazione di Altreconomia, mensile di Economia indipendente, ha inoltrato richiesta di accesso civico alle Agenzie di Tutela della Salute (ATS) e alle Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST) lombarde (link all’articolo).

Le Agenzie di Tutela della Salute (ATS), istituite nel 2015 in sostituzione delle precedenti Aziende Sanitarie Locali (ASL), sono otto e sono distribuite su tutto il territorio della Lombardia e delle sue undici province e della Città metropolitana di Milano.

L’Accesso civico (semplice o generalizzato) consente a chiunque di accedere a dati, documenti e informazioni delle pubbliche amministrazioni senza necessità di dimostrare un interesse qualificato (Art. 5, D.Lgs. 33/2013). I dati richiesti riguardavano i decessi negli ospedali e nelle RSA e i contagi del personale sanitario, inclusi i medici di base, informazioni decisive che la Regione dovrebbe avere in mano da tempo e in continuo aggiornamento. A nemmeno una settimana lavorativa dal protocollo delle istanze, avevano già risposto alla richiesta ben sei ATS su otto: Bergamo, Brescia, Brianza, Insubria, Pavia e Val Padana e la risposta è stata la stessa da parte di tutte e sei:

Tutto il personale, non solo sanitario ma anche tecnico e amministrativo è occupato nella gestione dell’epidemia che ha particolarmente colpito il territorio di afferenza della nostra ATS”.

Massimo Giupponi direttore dell’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo ha inoltre aggiunto: “richiedendo l’elaborazione di una mole considerevole di dati, allo stato non aggregati stante il quadro aziendale sopra descritto, non può essere evasa. E per aziende e agenzie già così provate dall’eccezionalità una richiesta di dati -teoricamente già raccolti e aggregati- non sarebbe pertanto compatibile con la necessità di assicurare il buon andamento delle strutture. Di più: si tratterebbe di nocumento sull’efficienza dell’Amministrazione nonché causa di intralcio”.

Quindi secondo il Direttore dell’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo fornire i dati dei decessi e dei contagi in Lombardia sarebbe “causa di intralcio” al buon andamento dell’amministrazione.

A fronte di questo diniego totale da parte della Regione Lombardia di fornire i dati sui decessi riguardanti l’epidemia in corso, gli organi di informazione hanno continuato e continuano tuttora a sfornare dati allarmistici sul contagio, dati che lo ricordiamo non sono confermati da nessuna istituzione sanitaria né preposta al controllo demografico o all’elaborazione statistica.

La fonte principale degli organi di informazione sono i bollettini giornalieri forniti dalla Protezione Civile e sono dati che mancano di quegli elementi strutturali fondamentali di cui vi ho parlato all’inizio di questa analisi e cioè la finestra temporale e l’area geografica di riferimento e ovviamente la mancanza di referto autoptico che accerta la causa di morte.. Ad ogni modo gli organi di informazione, senza alcun riferimento temporale né geografico, si sono sbizzarriti ad elaborare i dati con modalità artistiche e stravaganti.

Il corriere della Sera ci invita a scoprire il numero delle vittime con un indovinello!

Adesso vi invito ad esaminare insieme a me questo breve ma significativo articolo riassuntivo della situazione epidemica nella provincia di Bergamo, pubblicato dal Corriere della Sera il 1 aprile 2020 data simbolica e significativa.

La premessa di cui bisogna tenere conto nell’analisi di questa narrazione è che la Regione Lombardia per mezzo delle Agenzie di Tutela della Salute non ha mai comunicato alcun dato ufficiale relativo né ai decessi né ai contagiati di Covid 19.

L’articolo, a firma di Armando Di Landro e Pietro Tosca per corriere.it pretende in sole 60 righe  di descrivere la situazione di quella che, secondo gli organi di informazione, è stata l’area più colpita in Italia dall’epidemia di Coronavirus e nella stessa pagina è presente il famoso video del corteo funebre militare con i camion che escono dall’ospedale da campo bergamasco.

In questo clima di morte, e con una scenografia da film dell’orrore, i due giornalisti nel paragrafo “il metodo e l’esito” della lunghezza di 13 righe, pretendono non solo di spiegare al lettore la metodologia statistica con la quale si è calcolato l’impatto di questa tragedia che ha colpito centinaia di famiglie ma lo fanno utilizzando un indovinello:

“Presi, per esempio, i 121 mila abitanti di Bergamo e una differenza di 478 deceduti tra i residenti in città (erano 124 a marzo 2019 e sono stati 602 quest’anno), quanti sarebbero i morti in provincia se la popolazione cittadina fosse un campione in grado di rappresentare tutta la Bergamasca?”

A parte il cattivo gusto di utilizzare la forma dell’indovinello per informare il pubblico di una tragedia simile, la domanda sottesa all’indovinello è quantomeno lacunosa perché la campionatura in assenza della variabile temporale, mai comunicata dalla Regione, non ha alcun valore statistico. Inoltre riguardo i soggetti deceduti bisogna verificare su quanti di questi è stata fatta l’autopsia e sappiamo che il Ministero della Salute ha sconsigliato  l’esecuzione di autopsie sui malati da COVID 19.

Inoltre è evidente che la forma dell’indovinello e la complicatissima formula di calcolo statistico proposta dai due giornalisti ha il solo obiettivo di confondere il lettore che in uno stato di tensione come quello creato da immagini di camion militari che portano via dei feretri, non può essere in grado di rispondere a un indovinello simile, né tantomeno di fare calcoli astrusi come quelli proposti da questi due giornalisti. Quindi una domanda sorge spontanea: è possibile che questo articolo abbia un obiettivo diverso rispetto a quello di informare il pubblico?

Ritengo per dovere di cronaca ricordare qui la storica esortazione: «Pubblico, vogliamo parlarti chiaro» con cui esordiva il direttore e fondatore Eugenio Torelli Viollier il 5 marzo 1876, sul primo numero del Corriere della Sera. «L’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio — continuava —. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia una trave d’una festuca».

 

2060, un numero ricorrente

Questo indovinello dell’orrore ha il pregio di rivelarci il metodo con il quale sono stati elaborati i dati sui decessi da Covid 19. Si tratta di una proiezione basata su una stima e come tale non è comprovata da alcun dato demografico, anche perché, come ha dichiarato il direttore dell’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo, Massimo Giupponi, la Regione Lombardia a tutt’oggi non ha rilasciato alcun dato ufficiale su contagi e decessi. Ma l’elemento più creativo, se non fosse tragico, è quel numero che ho evidenziato nell’immagine (2060 vittime). Secondo i due giornalisti del corriere il numero 2060 indica i decessi per Covid 19. Il dato, ancora una volta non è inserito in una finestra temporale perché anche se sappiamo che è il numero dei deceduti della provincia di Bergamo nel mese di Marzo, nell’articolo, la finestra temporale non viene citata. La cosa strana è che quel numero lo ritroviamo in un altra comunicazione ufficiale riportata dal quotidiano Repubblica in un articolo pubblicato due settimane prima:

Secondo Repubblica del 17 marzo, 2060 non è il numero di decessi per Coronavirus come riportato nell’articolo del Corriere, ma è il numero di persone ricoverate in terapia intensiva. Anche qui non c’è alcuna finestra temporale né geografica che ci possa aiutare a inquadrare il dato in uno spazio e in un periodo di tempo determinati.

Teniamo presente che i 2060 deceduti riportati dal Corriere sono secondo loro i soggetti deceduti per Coronavirus nella provincia di Bergamo nel mese di Marzo 2020. Mentre i 2060 indicati da Repubblica sono i pazienti Covid 19 ricoverati in terapia intensiva in tutta Italia.

Teniamo anche presente che la fonte citata da entrambi per entrambe le cifre è sempre la Protezione Civile. Tuttavia mentre per quanto riguarda la cifra della terapia intensiva il dato è riportato sul sito del Ministero della Salute del quale alleghiamo una schermata e che potete trovare qui. Invece per quanto riguarda i 2060 deceduti della provincia di Bergamo la notizia non è reperibile su nessun sito del governo né della Regione Lombardia né in quello della Protezione Civile.

La domanda che ci dobbiamo porre a questo punto è la seguente: questi 2060 individui sono vittime decedute a causa del Coronavirus come raccontato dal Corriere della Sera, oppure sono pazienti in terapia intensiva come raccontato da Repubblica? O magari è semplicemente una coincidenza che il numero delle vittime e dei ricoverati in terapia intensiva sia esattamente lo stesso?

Ai fini della presente analisi la risposta non è rilevante perché ciò che tutti questi fatti dimostrano è che il principale obiettivo della narrazione degli organi di informazione non è quello di informare il pubblico. Il tema della narrazione seguito da tutti gli organi di informazione sembra piuttosto quello di disseminare notizie allarmanti non supportate dai dati.

E per farlo i media utilizzano dati che non sono comprovati da alcuna istituzione perché, come dichiarato da Massimo Giupponi, direttore dell’Agenzia di Tutela della Salute di Bergamo, “fornire i dati sarebbe causa di intralcio al buon andamento della pubblica amministrazione”.

La cosa veramente paradossale è che la Regione Lombardia mentre da una parte si rifiuta di fornire i dati sull’epidemia, dall’altra ci comunica che la situazione è allarmante.

Il presidente della Regione Lombardia Fontana, dall’inizio dell’emergenza Coronavirus non si è mai tolto la mascherina. Dal punto di vista narrativo il messaggio è eloquente: c’è pericolo.

In questo articolo di Rai News l’assessore al Welfare della regione Lombardia Giulio Gallera afferma che “i dati non consentono di rilassarci”.

La dichiarazione di Gallera a RAI NEWS è un esempio scolastico di schizofrenia. In pratica i dati ufficialmente non sono disponibili ma nel contempo li danno. E sono ovviamente dati allarmanti.

I deceduti sono 10.511 con 273 nuovi decessi mentre ieri c’era stata una crescita di 216.

Questi dati mancano dei parametri necessari e fondamentali ai fini statistici. Infatti non si inquadrano in una finestra spazio temporale e soprattutto non sono supportati da un racconto sui referti autoptici. Ergo è una narrazione di fantasia.

Quindi da una parte la Regione Lombardia nega agli organi di informazione che ne fanno richiesta l’accesso ai dati inquadrati in un’area geografica e un periodo di tempo determinati. Dall’altro lascia tutti liberi, compresi loro stessi, di sparare qualsiasi cifra perché la regola è sempre quella di creare allarme e paura.

Il caso incredibile di Firenze

In altre parti d’Italia però qualcuno i dati sui decessi del primo trimestre del 2020 è riuscito ad averli, quantomeno quelli a livello comunale. L’8 aprile 2020 la giornalista Paola Fichera de La Nazione di Firenze è riuscita ad ottenere dallo stato civile del comune di Firenze i dati sui decessi del primo trimestre 2020. Nel comune di Firenze nel periodo tra Gennaio e Marzo 2020 sono decedute 1746 persone (Fonte: La Nazione Comune di FirenzeNel 2019, nello stesso periodo, i decessi registrati dallo Stato civile sono stati 1777 (Fonte: La Nazione Comune di Firenze)

Perciò nei primi tre mesi del 2020 a Firenze sono morte meno persone che nello stesso periodo dell’anno scorso. I numeri fotografano 31 morti in meno rispetto al 2019.

Vogliamo chiudere con un messaggio emblematico del Ministero della Salute che sembra voler riassumere la nostra analisi con parole che non non avremmo saputo scegliere meglio.

Sapendo che le autopsie sono sconsigliate dal Ministero della Salute e quindi non vengono eseguite, ci piacerebbe sapere dall’Istituto Superiore di Sanità in che modo la causa di morte delle vittime da Covid sarà accertata.

 

Conclusioni

In conclusione, quello che l’analisi narrativa ci ha permesso di constatare finora sono questi quattro elementi fattuali incontrovertibili:

1) La regione Lombardia si rifiuta di comunicare i dati ufficiali sui decessi agli organi di informazione perché la trasparenza sarebbe “di intralcio” all’efficienza dell’amministrazione, allo stesso tempo diffonde dei dati che non si inquadrano in nessuna area geografica né in una finestra spazio temporale e non sono supportati da referti autoptici, quindi si tratta di dati giuridicamente non comprovati che mirano esclusivamente a creare allarme ingiustificato;

2) L’ISTAT per la prima volta si rifiuta di comunicare i dati sui decessi del primo trimestre dell’anno in corso; in compenso l’ISTAT fornisce una selezione di 1084 comuni che non è sufficiente a qualificare e quantificare la situazione epidemica ma è più che sufficiente al fine di creare allarmismo.

3) L’Istituto Superiore di Sanità aggrega ai soggetti positivi soggetti che manifestavano soltanto sintomi simil influenzali, gonfiando così le percentuali;

4) I media sono totalmente liberi di diffondere dati non comprovati o addirittura inventati perché tanto nessuna istituzione ha rilasciato dati ufficiali sui decessi che siano giuridicamente comprovati come causati da COVID 19, in quanto le autopsie sono ILLEGALI per ordine del Ministro della Salute.

Sulla base del film fin qui narrato, ci auguriamo che il lettore sia adesso in grado di rispondere alla domanda che è stata posta all’inizio di questa analisi narrativa.

Per quanto riguarda il Governo Italiano e la Regione Lombardia che sono i registi e produttori di questa commedia horror, ci dovrebbero rivelare quello che in sceneggiatura viene definito “l’antagonista” cioè chi è il nemico.

Dalla storia finora raccontata, ancora non è chiaro se il nemico è

1) Questo virus del quale però non si può parlare perché la Regione Lombardia e l’ISTAT si rifiutano di comunicare i dati in loro possesso,

2) Se il nemico siamo noi cittadini inermi

3) Oppure se il nemico è chi ci costringe a stare agli arresti domiciliari senza alcuna giustificazione giuridicamente accertabile.

A voi la scelta!