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Ecco i 3 dispositivi che ci spiano: 5 casi che sono passati alla storia

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Smartphone, altoparlanti intelligenti, tracciatori di attività, siamo ormai circondati da decine di dispositivi elettronici ultrasmart e ultratecnologici pensati per facilitarci la vita. Ma a quale costo?

Non si parla di costi economici anzi spesso i prezzi di queste nuove tecnologie sono abbastanza accessibili. Il costo da pagare è la nostra privacy.

Il sospetto che fossimo letteralmente spiati dal nostro nuovissimo I-Phone piuttosto che dal nostro ultimo Echo-Dot Amazon o dal nostro modernissimo Fitbit aleggiava da tempo.

La questione è rimasta a lungo fumosa e spesso additata di complottismo fino a quando la legge o il fato hanno costretto le aziende produttrici a delle interessanti ammissioni.

Le prove che i nostri dispositivi elettronici ci spiano

California 2015. A seguito della Strage di San Bernardino l’FBI chiede ad Apple di poter accedere ai dati registrati dello smartphone di uno degli attentatori.

Ma Tim Cook nega l’accesso asserendo che l’autorizzazione avrebbe rappresentato una minaccia per i clienti e un pericoloso precedente di cui avrebbe approfittato il governo.

Arkansas 2017. La polizia chiama a “testimone” l’altoparlante intelligente Echo perché “presente” sulla scena di un crimine. Amazon accetta solo dopo l’ok dell’indagato (poi scagionato).

Oregon 2018. Per un errore di interpretazione dei comandi, sempre l’Echo Amazon, invia le conversazioni private di una donna con suo marito a tutti i suoi contatti WhatsApp.

New Hampshire 2018. Nella cucina di un’abitazione in cui c’era (ancora lui) un altoparlante Echo, la polizia ritrova i corpi senza vita di due donne.

Curiosa la risposta di Amazon al giudice che richiede le registrazioni: “Non rilasceremo le informazioni sui clienti senza una richiesta legale valida e vincolante”.

Maine 2018. Più permissiva la Fitbit. L’azienda leader di tracciatori di attività, grazie ai dati forniti alla polizia permette il ritrovamento del cadavere di una ventenne scomparsa che ne indossava appunto uno.

Amazon, Fitbit, Apple hanno quindi un comune denominatore: il possesso di molti più dati di quelli che gli utenti pensino. La domanda è: perché?