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Eutanasia: ecco come il diritto di morire si trasforma nel dovere di farlo

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pro-choice

Qualche riflessione su uno dei temi più discussi di sempre: l’eutanasia. Dai pro-life ai pro-choice, il dolore, la morte e l’amore. Altro che politica.

Come spesso accade in casi simili a quello del dj Fabo, si assiste spesso a un intreccio confuso fra il piano del rispetto delle singole persone e della loro sofferenza, e il piano della discussione circa la giustificazione o la condanna delle loro scelte e azioni.

Di fronte al dolore di una malattia grave e alla drammatica scelta di morire si impongono pietà, rispetto e, soprattutto, silenzio.

Si può e si deve parlare, invece, di fronte ai tanti che, in buona salute e su fronti opposti, inneggiano, con aria solenne e un pizzico di vittimismo, sia al “diritto” di fare della propria vita ciò che meglio si crede (pro-choice), sia al “dovere” di affrontare la sofferenza fino alla fine (pro-life).

Ai pro-life: la sofferenza più sopportabile, ha detto La Rochefoucauld, è sempre quella degli altri. Nessuno ha il diritto di condannare un suicidio se prima non ha fatto di tutto per immedesimarsi in chi lo chiede.

Si può per esempio stare un quarto d’ora sdraiati su un letto, con gli occhi chiusi, provando a immaginare che quella sarà la nostra condizione per gli anni che ci restano. Un banale esperimento che ci farà capire, forse, la tragica scelta di chi soffre a tal punto da ritenere preferibile la morte.

Non senza un esame di coscienza: in cosa abbiamo mancato, come società e come singoli, se i nostri malati scelgono di morire piuttosto che di vivere? Ci siamo impegnati abbastanza affinché la vita che riteniamo sacra abbia anche la qualità che le spetta?

Ai pro-Choice

Ai pro-choice (1): nessuno dovrebbe promuovere il diritto al suicidio se prima non ha fatto di tutto per evitarlo. Chi in questi giorni scende in campo per il diritto di morire, dov’era quando si trattava di offrire i sussidi sociali ai disabili?

Si è battuto con la stessa determinazione per il diritto dei malati di vivere in condizioni dignitose, o è preoccupato di promuoverne la dignità solo quando, avendola persa, chiedono di morire? C’è qualcosa di sgradevole in questo sciacallaggio giuridico.

Ai pro-choice (2). Si sente un gran parlare del “diritto di decidere per se stessi” come di una faccenda intima, privatissima e individuale, senza sospettare che qualunque diritto è faccenda sociale. Il diritto di decidere della “propria” vita può realizzarsi solo imponendo ad altri il “dovere” di toglierla, altrimenti non si tratterebbe di un diritto.

Se in Svizzera fossero tutti obiettori di coscienza, la legge non potrebbe costringere nessuno ad aiutare a morire. Il che significa che nemmeno in Svizzera esiste un diritto di morire, ma solo la possibilità di farlo, grazie alla libera disponibilità, non dovuta, di personale e strutture adibite allo scopo.

Ai pro-choice (3). Concedere il “diritto di morire” solo a chi si trova in certe condizioni (per esempio tetraplegico) piuttosto che in altre (per esempio depresso) è una limitazione dell’autonomia tanto rivendicata. Perché dovrebbe essere qualcun altro – lo Stato, i medici – a decidere a quali condizioni le mie sofferenze sono “insopportabili”.

Vietando l’omicidio del consenziente e l’aiuto al suicidio, da questo punto di vista, il nostro codice penale mantiene tutti in condizioni di uguaglianza e, soprattutto, costringe a trovare soluzioni più creative al problema della sofferenza cronica.

Dal “diritto a morire” al “dovere di morire”

Ai pro-choice (4). Una volta che lo Stato contemplasse il diritto di morire per determinate categorie di malati, tutti coloro che, pur rientrando nelle condizioni patologiche previste dalla legge, non si avvalessero di questo diritto, diventerebbero automaticamente responsabili del carico di costi economici, psicologici e sociali che impongono alla comunità.

Visto gli oneri supplementari che comporta, a dover essere giustificata sarebbe la scelta di continuare a vivere, non quella di morire. Il “diritto di morire” concesso ad alcuni si trasformerebbe, surrettiziamente, in “dovere di morire” imposto agli altri.

Con l’unica differenza che mentre il diritto di morire sarebbe legale ed esplicito, il dovere di farlo sarebbe “solo” psicologico e implicito. Che non significa meno pressante. Anzi.

Un’ultima nota. Il dj Fabo, come ormai tutti sanno, aveva definito la propria tremenda malattia come “una notte senza fine”. Poco prima che Fabo si desse la morte, la sua compagna, sulla propria pagina FB, aveva scritto: “vorrei che questa notte non finisse mai”.

Lei, dunque, ha accettato a malincuore. Non si è messa a battere i pugni sul tavolo, come hanno fatto in tanti. Per lei il suo uomo era più importante di ciò che pensava di se stesso. Ma ha fatto un passo indietro, con amore e con dolore.

E ha dato, nel chiasso di gente che litiga in buona salute armata di tante sbrigative certezze, una lezione di dignità umana e di discrezione. Altro che diritto di morire e dovere di vivere. Altro che politica.