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Friday for Future, catastrofisti contro negazionisti: ecco chi ha ragione

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Friday for Future

Friday for Future: dal bisogno di schierarsi al dovere di informarsi. Oltre Greta e i suoi nemici.

È ora di finirla di prendersela con Greta. E anche di prendersela con chi se la prende con Greta. Non appena si passi dai contendenti all’oggetto della contesa, in effetti, si scoprono le cose che nessuno dice e che, pure, tutti sanno.

Cose che, una volta dette, ci restituiscono il tratto puerile e irresponsabile delle crociate ambientaliste e anti-ambientaliste, buone solo a soddisfare il bisogno di schierarsi mettendo a tacere il dovere di informarsi.

Una volta assolto questo dovere, il risultato finale non sarà molto diverso dall’impegno raccomandato da Greta, che risulterà però a quel punto più trasparente e coerente di quanto appaia adesso, e, soprattutto, meno esposto, a causa del suo tratto catastrofista, alle critiche “negazioniste”.

I cambiamenti climatici sono un’evidenza scientifica. Non è invece un’evidenza scientifica, ma solo un’ipotesi:
a) che la causa principale di questi cambiamenti sia la presenza di Co2 nell’atmosfera;
b) che la pur ridotta percentuale di Co2 non naturale, e cioè prodotta dalle attività umane, sia la principale responsabile del riscaldamento globale e dell’andamento climatico del pianeta;
c) che se non rivoluzioniamo, adesso, modelli di vita e di sviluppo, tutto ci porterà verso una catastrofe irreversibile.

Il “negazionista” ambientale

Chi nega i tre presupposti elencati è tacciato di ignoranza ed è considerato un “negazionista” ambientale, oltre a essere accusato di irresponsabilità, perché mette in dubbio i presupposti scientifici del doveroso impegno della comunità internazionale affinché si possa rimediare alle piaghe dell’inquinamento atmosferico, delle acque e del suolo.

E questo è giusto. Non si tratta, infatti, di negare che la causa principale dei cambiamenti climatici siamo noi, ma di ammettere che non lo sappiamo.

Il negazionismo, da questo punto di vista, è un errore uguale e contrario al catastrofismo, perché, esattamente come quest’ultimo, pretende di sapere, sull’effettiva responsabilità umana nei cambiamenti climatici, più di quanto la scienza consenta di sapere.

Ne consegue che non possiamo basare le nostre politiche ambientali su certezze scientifiche, ma solo su ipotesi che, anche se non scientificamente dimostrate, ci permettono però di fornire una base credibile a quelle che ci sembrano le scelte più urgenti.

E invece no. Il dibattito a cui stiamo assistendo continua a vedere ambientalisti e anti-ambientalisti colpirsi, a suon di citazioni scientifiche, sulla correlazione o meno fra attività umana e clima.

In questo modo, però, entrambi gli schieramenti rimangono ingenuamente convinti che, in questo genere di dibattiti, la scienza rappresenti un rispecchiamento neutrale della realtà piuttosto che lo strumento politico con cui cerchiamo di rendere più “oggettiva” la personale visione che ce ne siamo fatta.

La scienza

Ricordare che c’è un consenso quasi unanime su una determinata ipotesi scientifica potrebbe risolvere il problema se la scienza fosse uno specchio fedele della realtà, al riparo dai condizionamenti sociali, politici e persino economici che subiscono gli scienziati. Ma non è così.

Proviamo a fare un esempio spostandoci nel campo, simile, della bioetica. Cosa diremmo se il 99,8% degli embriologi e dei genetisti fosse concorde – e lo è! – nel considerare l’embrione umano un individuo a pieno titolo? Diremmo che questo è solo l’inizio, non la fine, del dibattito sull’aborto.

E così avviene per tutti gli altri temi politicamente sensibili sui quali la comunità scientifica è impegnata a darci informazioni.

Si pensi all’affidabilità dei dati empirici forniti dalle case farmaceutiche o dagli studi delle imprese che producono farmaci omeopatici ecc., oppure al vecchio consenso degli psichiatri sul fatto che l’omosessualità fosse una patologia. Dovremmo dire che lo era davvero per il fatto che su questo vi fosse allora un consenso scientifico?

Quando ci si muove in un ambito etico-politico i dati scientifici e il consenso della comunità scientifica non sono mai la conclusione, ma sempre il punto di partenza di un dibattito più ampio, in cui la scienza può avere l’ultima parola solo se c’è una decisione politica che debba averla.

Lo stesso concetto di “consenso”, applicato alla comunità scientifica, è un concetto “politico”, non “scientifico”. E allora fidiamoci della scienza, certamente. Ma non come ci fidiamo di Greta, se siamo ambientalisti, o di Donald Trump, se siamo negazionisti.

Facciamolo piuttosto con senso critico e senza ingenuità. Per non far dire alla scienza ciò che poi la scienza stessa potrebbe un giorno essere costretta a smentire. O che un giorno forse ha già smentito, se guardiamo alla storia.

“Surriscaldamento Globale”

Nel IV secolo, in effetti, a Roma nevicò e nel XVII secolo in Gran Bretagna si coltivava la vite. E quando i vichinghi scoprirono l’attuale Groenlandia, nell’anno Mille, i bretoni la chiamarono appunto “Greenland”, “terra verde”. Che oggi è però interamente ricoperta di ghiaccio.

Una chiara dimostrazione che non siamo nell’era più calda nella storia del pianeta. Anzi. Mille anni fa c’era molto più caldo di oggi, e, cosa più importante, in una fase della storia in cui l’incidenza delle attività umane sul clima era pressoché nulla.

È solo un esempio, che però ci aiuta ad accostarsi alla questione del “surriscaldamento globale” con maggior senso critico e senza allarmismi. Si pensi al dato, riguardante gli ultimi anni, della crescente “correlazione” fra aumento di produzione umana di Co2 e cambiamenti climatici.

È frequente, nel nostro dibattito, assistere a un impercettibile scivolamento da “correlazione” a “causazione”, che induce a trasformare il semplice “fatto” che A e B si presentino insieme nella “dimostrazione” che A sia la causa di B.

Che A e B si presentino spesso insieme secondo un parallelo rapporto di proporzionalità, però, non ci autorizza a dedurre, logicamente, che A sia la causa di B. Può darsi, ma non necessariamente.

Chi conosce la logica del ragionamento scientifico sa che stiamo parlando della differenza fra un’evidenza scientifica e un’ipotesi. La storia del clima, con lo scandalo della Groenlandia medievale, ci aiuta a non scivolare troppo sbrigativamente da “correlazione” a “causazione”.

Come purtroppo stanno facendo oggi in molti, anche scienziati, nel comprensibile desiderio di fornire al movimento di Greta quel grado di autorevolezza che solo la copertura della scienza, nell’opinione pubblica, può garantire.

Greta e il Friday for Future

E dunque? Il lettore che abbia avuto la pazienza di leggere fin qui avrà forse l’impressione di trovarsi di fronte a un “negazionista”. Per evitare che lo pensi, assumo adesso l’ipotesi, contraria, del “catastrofista”.

Greta fa bene a stimolare i Paesi sviluppati (USA, Germania, Francia ecc.) alla riduzione di Co2 e a un più deciso impegno in favore della decrescita e della green technology, ma fa male a far credere che questo potrebbe salvarci dal disastro ambientale – ammesso e non concesso che questo un giorno si verifichi o sia addirittura imminente – visto che i paesi citati riducono già da un decennio la loro Co2, che equivale però a una minima percentuale di quella immessa nell’atmosfera rispetto a quella prodotta da Paesi come Cina e India, che si sono affacciati solo recentemente allo sviluppo socio-economico.

Se dunque il problema ecologico dovesse essere affrontato come Greta chiede e nei termini delle scadenze prospettate, i principali paesi chiamati a ridurre massicciamente le emissioni dovrebbero essere proprio quelli meno responsabili dell’inquinamento attuale e le cui popolazioni, peraltro, stanno uscendo solo adesso dalla soglia di povertà.

Insomma: anche nell’ipotesi catastrofista sposata, l’appello di Greta rischia di suonare politicamente corretto ma irrealistico, perché mentre insiste sulle colpe dei paesi occidentali ricchi e sul loro dovere di rimediare, omette di dirci che questo non soltanto non basterebbe a evitare la catastrofe ecologica, ma ne creerebbe una umanitaria, arrestando bruscamente quello stesso sviluppo che, nei paesi emergenti, sta permettendo a milioni di persone di uscire dalla povertà.

Consumismo

Già in occasione dell’incontro di Kyoto, nel lontano 1997, di fronte alla comune esigenza di ridurre le emissioni di Co2, la Cina e altri paesi emergenti accusarono gli USA e l’UE di voler imporre ai poveri l’ambientalismo dei ricchi. Se un paese raggiunge ricchezza e sviluppo, perché far pagare il prezzo del proprio inquinamento ad altri paesi?

Nella misura in cui “Friday for Future” insiste sulle colpe dell’Occidente (che ci sono, beninteso) addossando esclusivamente ad esso la responsabilità di rimediare al danno ambientale, sta di fatto ignorando che al centro non ci siamo noi, e che a fronte di chi teme i danni provocati dallo sviluppo c’è chi non ha nemmeno conosciuto i suoi benefici.

Anche Greta, certamente, parla dei poveri. Ma lo fa con il senso di colpa tipico dell’occidentale, e cioè convinta che se finora è stata tutta colpa nostra, allora abbiamo in mano anche la soluzione per rimediare. Ma, come si è appena visto, purtroppo non è così.

Delle due l’una: o consumiamo di meno tutti, inclusi coloro che non hanno mai consumato o che cominciano a farlo solo adesso, e allora salveremo un ambiente salubre in cui però alcuni avranno auto elettriche e bicchieri di vetro mentre altri continueranno a morire di fame, oppure il rispetto dell’ambiente sarà solo un lusso per consumatori pentiti, che però non ci salverà dalla catastrofe.

Ambiente e diseguaglianze

Dovremmo dunque rassegnarci a questa tragica alternativa? O salviamo l’ambiente mantenendo le disuguaglianze globali, o riduciamo le disuguaglianze globali distruggendo però l’ambiente?

Personalmente, continuo a pensare che la soluzione stia in mezzo, e non certo per equilibrismo dialettico o per moderatismo politico, ma per realismo e buon senso.

Oltre l’isterica contrapposizione fra catastrofismo ambientalista e negazionismo capitalistico, infatti, si apre uno scenario più credibile: ridurre i consumi dell’Occidente, ma senza utilizzare, nei confronti dei paesi emergenti, lo stesso criterio di eco-sostenibilità che utilizziamo per quelli economicamente più avanzati da lunga data.

Soluzione meno plateale, certo, ma politicamente più equa, e, soprattutto, praticabile solo sulla base di due presupposti, uno scientifico e uno etico: 1) che i cambiamenti climatici non siano dovuti “solo ed esclusivamente” all’attività umana (e su questo, come si è visto, i climatologi convengono); 2) che la differenza fra ricchi e poveri sia più importante di quella fra vetro e plastica. – Foto da YouTube