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Salute

Giulio Tarro (miglior virologo al mondo 2018), intervista sul coronavirus

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giulio tarro

Intervista al professor Giulio Tarro, uno dei virologi più importanti in Italia e nel mondo, sul coronavirus.

Il prof. Giulio Tarro è stato premiato negli Stati Uniti dall’IAOTP (Associazione internazionale dei migliori professionisti) come miglior virologo del 2018.

Primario emerito dell’Azienda Ospedaliera “D. Cotugno” di Napoli, Chairman della Commissione sulle Biotecnologie della Virosfera, WABT – UNESCO e rettore dell’University Thomas More U.P.T.M. di Roma.

Il professore è stato allievo di Albert Sabin (l’inventore del vaccino contro la poliomielite) e ha ottenuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali.

Quarant’anni fa isolò e “sconfisse” il cosiddetto “male oscuro di Napoli”, il virus respiratorio sinciziale che provocava un’elevata mortalità nei bimbi affetti da bronchiolite.

Giulio Tarro sul coronavirus, l’intervista

Egregio professore, quali sono le differenze tra il coronavirus e la “classica” influenza stagionale?

Fino a meno di 20 anni addietro i coronavirus rappresentavano una famiglia virale che durante il periodo invernale causava dal 10 al 30% dei raffreddori. Adesso il nuovo coronavirus COVID-19 dà una malattia febbrile con impegno nei casi più severi di una polmonite che può avere la necessità perfino di un respiratore.

Lei ha scritto: «Il rischio rappresentato dal COVID-19 è sostanzialmente uguale a quello delle tante epidemie influenzali che si registrano ogni anno senza per questo provocare scalpore». Allora perché, secondo lei, i mezzi di comunicazione e le istituzioni stanno trattando la situazione in questa maniera?

Ogni anno muoiono in Italia circa diecimila persone (per lo più anziane o affette da qualche patologia pregressa) per virus influenzale. La cosa non fa notizia, soprattutto perché queste morti sono disseminate in tutto il territorio nazionale. Immaginiamo ora che tutte le persone a rischio vengano ricoverate in un paio di posti, magari circondati da giornalisti alla ricerca di qualche scoop. La conseguente “epidemia di influenza che può causare la morte” spingerà innumerevoli persone (ogni anno sono colpiti da sindrome influenzale circa sei milioni di Italiani) a pretendere analisi e un’assistenza impossibile da ottenere.

Stress e sistema immunitario

Viene quasi da sorridere leggendo le sue parole sull’arrembaggio dei supermercati da parte di persone che, evidentemente, temono di dover morire di fame. In realtà, ci fa notare, questi gesti sono le conseguenze di uno stato d’ansia collettivo e continuativo nel quale ormai siamo tutti immersi. Questo stress può indebolire il nostro sistema immunitario?

Oggi l’ansia di una intera popolazione si sta concentrando su come tenersi alla larga da questo maledetto virus. Nessuno o quasi riflette che noi, in ogni momento, siamo immersi in un ambiente saturo di innumerevoli virus, germi e altri agenti potenzialmente patogeni. E in questi giorni, quasi nessuno ci dice che se non ci ammaliamo è grazie al nostro sistema immunitario il quale può essere compromesso, – oltre che da una inadeguata alimentazione e da uno sbagliato stile di vita – dallo stress, che può nascere anche dallo stare in spasmodica attenzione di ogni “notizia” sul Coronavirus regalataci da web e TV. Non vorrei quindi che questa psicosi di massa faccia più danni dell’ormai famigerato Covid-19.

Il ruolo dell’informazione

Giovedì scorso, durante il programma Piazzapulita è stato mandato in onda questo servizio nel quale si vedono persone intubate e reparti di terapia intensiva stracolmi. A giudicare dalle reazioni sui social, l’effetto sui telespettatori è stato terrificante. Ci faccia capire: se lo scorso inverno fosse stata data, all’influenza stagionale, la stessa risonanza mediatica che oggi viene riservata al coronavirus, avremmo visto le stesse immagini e ci saremmo ritrovati con un’emergenza simile?

Per permettere alle strutture sanitarie interventi mirati dobbiamo fare a meno di una informazione che provoca ansia e piena di falsi appelli “a non farsi prendere dal panico”, perché a questo punto anche un’influenza stagionale non dico dell’anno scorso, ma di quegli anni in cui effettivamente è stato notato un incremento dei casi – vedi l’aviaria, la suina, quella stessa di quest’anno – avrebbero potuto portare a una simile emergenza.

Qualcuno dice che la scienza non è democratica (e in effetti i dati non lo sono, giusto?). Ma evidentemente è democratica l’interpretazione che viene fornita di questi dati se ci sono esperti dello stesso settore che la pensano in maniera diversa. Ad esempio Caruso, il presidente della Società Italiana di Virologia, ha affermato: «è una follia pensare di rassicurare i cittadini dicendo che si tratta di poco più che una normale influenza». A prescindere da chi possa avere ragione, lei ritiene che la scienza sia democratica o no?

Presumo che la scienza sia democratica, infatti i virus non hanno pregiudizi né di sesso, né di censo, pertanto l’attuale virosi da coronavirus si distingue da una normale influenza per la velocità di diffusione del virus che può portare a un eccesso contemporaneo della necessità di ricorrere ai respiratori.

Giulio Tarro sul vaccino contro il coronavirus

Si parla di un futuro vaccino per il coronavirus. Ma in questi casi, come funziona? I farmaci non dovrebbero essere testati in qualche modo prima di essere somministrati alla popolazione mondiale? Un nuovo vaccino, teoricamente, potrebbe avere delle controindicazioni a medio e lungo termine. Come si può essere sicuri che un prodotto nuovo sia sicuro e non causi, a distanza di tempo, magari anni, degli effetti collaterali a una percentuale più o meno bassa di consumatori?

Un vaccino specifico che prevenga la diffusione di questa epidemia da COVID-19 deve essere preparato con tempi minimi che tengano presente la sicurezza del suo uso e quindi un’etica di somministrazione con tempi indicati dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) fino a 18 mesi, mentre un vaccino influenzale stagionale può richiedere soltanto alcuni mesi che permettono la protezione di un nuovo continente rispetto a quello dove è originata l’influenza epidemica.