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Numero per l’emergenza: le vergognose e inutili segnalazioni degli italiani

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volontario regionale

La figura del volontario è stata fondamentale per svolgere le attività richieste in questo periodo di emergenza, sia a livello regionale che provinciale.

Da febbraio tutto è cambiato. È stato dichiarato lo stato di emergenza in Italia, che forse sarà prolungato di altri sei mesi e cioè fino al 31 gennaio 2021.

In questo periodo sono nate nuove esigenze e mansioni che si modellavano ogni volta sui nuovi decreti. Per questo motivo, sia a livello regionale che provinciale, è nata la figura del volontario per aiutare proprio in queste nuove attività.

Stefano è uno di loro. Negli ultimi mesi ha risposto al numero verde del centro regionale per l’emergenza coronavirus e ha svolto diversi servizi sul territorio in ausilio alle forze dell’ordine.

Quali chiamate arrivano più spesso al numero verde regionale per l’emergenza?

È difficile dirlo perché l’oggetto della chiamata variava continuamente con l’uscita dei decreti, delle circolari, dei comunicati stampa. Le persone chiamavano perché le comunicazioni non erano chiare e precise. Talvolta invece avevano bisogno di conforto, perché spesso si sono sentite abbandonate e in balia delle informazioni contrastanti sentite sui media.

Al nostro fianco erano presenti figure professionali pronte a intervenire in caso di necessità ed eravamo costantemente formati e aggiornati sulle procedure da seguire.

Inizialmente le chiamate riguardavano principalmente le misure da prendere dopo un viaggio, poi siamo passati alle richieste di tamponi ma anche informazioni generiche sui sintomi. Tutti quesiti che senza il numero verde avrebbero intasato il numero di emergenza 112

Caccia al “furbetto”: la testimonianza del volontario regionale

Una delle situazioni più commentate è la caccia al “furbetto”, com’è spesso definita. Vi è mai capitato di ricevere chiamate di denuncia di questo tipo?

Nella mia esperienza sono molte le persone che, anche in buona fede, segnalano situazioni di vario tipo, anche se per la maggior parte sono per problematiche inesistenti. Chi denuncia chiede il rispetto delle regole ma spesso sono loro i primi a non conoscerle, facendo perdere tempo prezioso. 

A volte è la paura o l’ansia che non permette di guardare una situazione per quello che realmente è. Le persone sono indotte a cercare il colpevole, vivono una situazione di profondo disagio, in balia del terrorismo mediatico, arrivando a volte a barricarsi letteralmente in casa.

Chiunque non faccia parte del loro nucleo familiare è un “furbetto”, una persona che vuole mettere in pericolo la sua vita e quella degli altri. Poco importa se la persona che hanno visto in strada è un genitore con i figli piccoli, che magari vivono in un bilocale in cinque, senza balconi, senza giardino e hanno semplicemente bisogno di respirare.

Come poco importa se la persona che vediamo correre da sola, sfugge al lavoro perso, alla depressione. Non importa se rispetti la normativa: se esci stai sbagliando e devi esser punito. 

Queste chiamate al numero di emergenza per denunciare i comportamenti sbagliati altrui, danneggiano l’attività dei soccorsi?

Certamente. Nella maggior parte dei casi sono segnalazioni che riportano false problematiche che sottraggono tempo prezioso alla gestione delle reali richieste di emergenza, anche perché in questi casi devono intervenire le forze dell’ordine.

Non penso male di queste persone, sono vittime di questo sistema della paura che si fa sempre più opprimente. Se proprio vogliamo trovare un colpevole, dovremmo cercarlo nella politica.

La reazione delle persone alle regole

Quando ti sei occupato di regolamentare l’ingresso nei mercati, qual era l’atteggiamento delle persone e come reagivano alle regole? 

Generalmente le persone osservano le disposizioni, tuttavia ci sono alcune persone che si dimostrano infastidite quando gli viene chiesto di rispettare le distanze e seguire i vincoli di apertura indicati nelle ordinanze comunali.

In quest’ultimo caso la motivazione è dettata spesso dal senso di rabbia o addirittura dalla ripicca. Un esempio è stata una signora, a cui ho chiesto gentilmente di rispettare la distanza durante la fila, che mi ha risposto: «ma perché non andate a controllare i bambini che giocano nel parco? Li vedo sempre dalla finestra di casa e non fate niente».

I maleducati ci sono: c’è chi ti manda a quel paese e non rispetta le regole, ma fortunatamente ne ho visti pochi. Ho visto anche persone piangere perché, pur sapendo di “sbagliare”, si spingevano a fare passeggiate più lontane del dovuto. Soprattuto persone anziane che non riuscivano più a rimanere confinate in casa. Sono cose che ti segnano umanamente perché, anche se per un attimo, vivi il loro dramma e non puoi far altro che cercare di rincuorarli. – Foto di repertorio