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Pablo Ardizzone: «A Monaco già lavorano. Dobbiamo unirci e protestare»

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pablo ardizzone

Il make up artist Pablo Ardizzone ha ricevuto molte critiche dopo la pubblicazione di un suo post su Instagram in cui annunciava di essere tornato al lavoro: di seguito la sua replica.

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato su Oltre tv un articolo che riguardava la ripresa dell’attività lavorativa, dietro le quinte, degli addetti all’immagine dei personaggi televisivi.

Tra questi avevamo citato anche il make up artist Pablo Ardizzone che era stato molto criticato per il suo post nel quale annunciava il rientro al lavoro mentre gli altri professionisti della categoria dovranno attendere il primo giugno.

Ardizzone ci ha contattato per spiegare il messaggio che si celava dietro quella foto. Non voleva essere uno smacco verso nessuno anzi era un incoraggiamento per tutti i colleghi.

Intervista a Pablo Ardizzone: «Insieme ce la faremo»

Dopo il post su Instagram in cui annunciava il suo ritorno al lavoro ci sono state molte polemiche. Vuole spiegare perché, a differenza di altri colleghi, ha potuto svolgere la sua attività?

Con quello scatto è avvenuto un fraintendimento. Mi hanno chiamato per lavorare da una testata giornalistica, che è operativa, e può quindi chiamare dei professionisti a supporto del progetto. Avevo una convocazione dal direttore di produzione e un contratto con Mediaset che mi hanno permesso di entrare negli studi.

Quello è stato il primo giorno di lavoro dopo una lunga pausa — ha spiegato Pablo Ardizzone — e l’ho fatto a cuor leggero perché avrei dovuto occuparmi di Valeria Marini, con cui lavoro da tempo.

Le leggi dovrebbero essere uguali per tutti, è vero, ma coloro che lavorano nel settore televisivo svolgono un servizio pubblico e devono mantenere un decoro nell’immagine. Mi sento allo stesso livello di ogni mio collega e il mio era un grido di speranza e incoraggiamento per tutti. 

Quali misure di sicurezza sono state prese per poter lavorare? Come si è dovuto comportare all’interno dei camerini e con Valeria Marini?

Prima di entrare nella struttura, dove vengono fatti gli accrediti, mi hanno preso la temperatura e sono stato accolto all’ingresso degli studi dove hanno controllato che avessi le protezioni adeguate. Tutti avevano la mascherina. Io per sentirmi più sicuro avevo portato anche il visore.

Col mio lavoro — ha raccontato Pablo Ardizzone — è impossibile mantenere un metro di distanza e la persona che viene truccata non può indossare la mascherina. Per Valeria Marini ho un beauty case personale con prodotti che uso in esclusiva per lei, tranne i pennelli che sono la cosa più semplice da sanificare. Noi avevamo un camerino tutto per noi che ho sanificato totalmente prima del suo arrivo.

Tornare a lavorare: ma dove sono i protocolli ufficiali?

Pensa che sia possibile tornare a lavorare in sicurezza per i professionisti del suo settore? Ha trovato qualche difficoltà?

Con le protezioni e un protocollo ufficiale possiamo tornare a lavorare in sicurezza. Prima di tutto dovremmo capire quali sono i rischi di contaminazione. Noi make up artist non abbiamo contaminazioni incrociate (come per esempio col sangue) quindi non dobbiamo lavorare con lo scafandro.

Dobbiamo capire i rischi e pretendere protocolli ufficiali che siano legiferati da enti ufficiali che proteggano sia l’operator, sia chi beneficia del servizio.

I costi dei prodotti da utilizzare per la sanificazione sono altissimi e la ripresa all’inizio non è semplice perché cambierà la normale routine. Reperire i prodotti di protezione non è così scontato.

Nonostante la ripresa sia fissata al primo giugno, ancora non sono stati istituiti protocolli comuni da poter seguire. Molti professionisti si stanno muovendo per manifestare contro il silenzio del governo. Cosa pensa a riguardo Pablo Ardizzone?

Quello che temo è che non vengano dati protocolli ufficiali perché, se noi professionisti seguiamo alla lettera le indicazioni e succede qualcosa, chi si prende la responsabilità? Andando avanti così però non ne usciamo più fuori.

Se daranno delle indicazioni dovranno essere chiare e semplici, non dovranno essere interpretabili. Io lavoro anche all’estero e posso dire che nel Principato di Monaco, per esempio, per far riaprire i negozi, la task force si è messa in contatto con i professionisti del settore per creare protocolli più precisi possibile. E oggi loro lavorano.

Un messaggio di speranza

Il suo messaggio è un grido di speranza per una ripresa celere del suo settore. Cosa vorrebbe dire ai suoi colleghi?

Non è il momento per attaccarci l’uno con l’altro. È importante rimanere uniti, protestare per chiedere risposte, tutti insieme.

Noi professionisti dovremmo lottare, arrabbiarci, protestare, manifestare e fare esposti pesanti e incisivi per ottenere questi protocolli perché dobbiamo organizzare il lavoro per ripartire.

Non li abbiamo messi noi italiani a decidere per noi, si sono fatti la loro squadra di esperti quindi devono prendersi le loro responsabilità.