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Remuntada biblica

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Juventus Atletico Madrid Remuntada biblica

Gli israeliti cinsero d’assedio la città di Gerico: ubbidendo all’ordine del Signore i soldati ebrei fecero per sei giorni un giro attorno alle mura della città.

Al settimo giorno i soldati fecero sette giri e poi sette sacerdoti, con sette trombe di corno d’ariete davanti all’arca dell’alleanza, avanzarono suonando con l’avanguardia che li precedeva e la retroguardia che seguiva l’Arca dell’Alleanza, facendo ancora una volta un giro delle mura con il popolo che assisteva in silenzio.

Questo rito veniva ripetuto per sette giorni. Nell’ultimo giorno anche l’arca fece sette giri e, dato fiato alle trombe, il popolo lanciò il grido di guerra e le mura di Gerico crollarono.

Qualche millennio più tardi il rito per cercare di far crollare le solide mura tirate su dal Cholo Simeone si attiene ancora alla regola del sette. Corsi e ricorsi storici.

Il silenzio di queste ultime tre settimane che separava la gara di andata da quella di ritorno è stato un po’ come il silenzio del popolo che assisteva al rituale dei soldati.

Silenzio spezzato dal forte suono del corno di tromba di Allegri dentro il quale ieri ha soffiato con tutte la sue forze e con tutte le proprie responsabilità in prima fila per dare la carica ai propri guerrieri.

E poi è iniziata la rimonta leggendaria proprio con quel sette… CR7, l’arma che ha demolito le impenetrabili mura madrilene come gli israeliti rasero al suolo quelle di Gerico.

E’ stata la classica partita perfetta, Allegri aveva qualcosa da farsi perdonare considerata l’inguardabile performance dell’andata e così facendo si è ripresa la sua Juve. Sfido io ora a trovare qualcuno che voglia ancora detronizzarlo dalla panchina bianconera.

Ieri ha funzionato praticamente tutto, l’idea di schierare la difesa a tre con Emre Can nell’insolita veste di compagno di reparto di Chiellini e Bonucci.

I terzini alti hanno impresso una spinta funzionale atta a sfruttare l’ampiezza del campo e aprire le maglie avversarie.

Le discese martellanti di Spinazzola e Cancelo alzavano il baricentro bianconero costringendo Saul e Lemar a ritirarsi nelle proprie postazioni di guardia togliendo loro quasi sempre la possibilità di pungere nell’altra metacampo.

La determinazione, gli occhi spiritati dei giocatori che cooperavano tutti insieme nel recupero immediato di palloni persi in fase di costruzione è stata mirabile.

La Juventus in pratica ha segregato l’Atletico nella propria tana non permettendo mai nemmeno per un momento agli avversari di poter alterare l’inerzia della gara.

Il fattore Bernardeschi è stata una variabile impazzita che ha letteralmente fatto saltare tutti i piani tattici di mister Simeone grazie ai suoi continui e repentini cambi di campo.

Poi c’è quella cavalcata finale, cercata, voluta, prima di forza poi con l’abilità di uno slalomista si è infilato nel cuore dell’area avversaria fino a quando un disperato Correa si è visto costretto ad abbattere una saetta che stava praticamente entrando in porta con tutto il pallone. Ieri Bernardeschi ha seriamente posto la propria candidatura da top player.

Ed infine c’è il top player conclamato, quello per eccellenza, colui che risolve, vince, rivince e riscrive la storia di tutti i club con cui milita.

Non è più una sorpresa oramai, non è possibile più spendere parole di elogio per un giocatore che esalta le qualità di chiunque gli giochi vicino, in pratica se gli altri gli preparano la torta lui la ciliegina ce la mette sempre, e ieri ne ha sfoderato tre.

L’avventura della Juve in Champions dunque continua, dopo averla vista per la prima volta quest’anno esibire un calcio voglioso, veloce, dinamico, totale come i paradigmi europei ormai insegnano sembrerebbe aver capito la lezione, sembrerebbe aver compreso di quale forza sia capace.

Se continuerà a sviluppare la propria mentalità verso questa direzione e non ristagnare nei ritmi e nelle concezioni tattiche meno efficaci e più obsolete di stampo nazionalistico allora magari potremmo rivedere dopo più di un quarto di secolo una Vecchia Signora ormai non più abituata ad indossare abiti di gala divenire la regina del regno.