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Ricomincia la NBA, modello di marketing e sviluppo (non come la Serie A)

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It’s show time! Ricomincia la NBA, il campionato di basket più divertente e seguito al mondo. Ma sopratutto un modello di marketing e sviluppo notevole.

Per i giocatori della palla a spicchi, il campionato NBA rappresenta sicuramente il sogno di una vita.

All’inizio degli anni ‘80 era un campionato quasi fallito: non interessava più a nessuno, i palazzetti erano mezzi vuoti e le partite non venivano più trasmesse in diretta TV.

Questo fino all’avvento di David Stern, avvocato newyorkese che diventò vicepresidente esecutivo della Lega a 38 anni e Commissioner (presidente) a soli 42 anni.

La rivoluzione di Stern nel mondo NBA

Stern rivoluzionò il mondo NBA attraverso il marketing, introdusse i test antidroga e il salary cap, ovvero un limite agli stipendi imposto e uguale per tutte le squadre.

E visto che la fortuna aiuta gli audaci, fu agevolato dall’avvento nel basket professionistico di Michael Jordan, diventato in seguito un marchio vivente.

La cura Stern ha dato i suoi frutti nel giro di pochi anni. Culmine la mission alle Olimpiadi di Barcellona ‘92 del Dream Team, la squadra più forte di sempre.

La NBA è oggi un marchio globale con un fatturato totale annuo di circa 8 miliardi di dollari e un utile distribuito tra 30 squadre di poco meno di 2 miliardi.

Sarebbe applicabile al calcio europeo un modello di marketing e sviluppo similare a quello utilizzato per la NBA?

Questa domanda non è di facile risposta. Sicuramente le differenze tra il nostro sistema calcio e lo show business americano sono notevoli e profonde.

Il frazionamento dei campionati e il numero di squadre potrebbe essere un ostacolo, così come la proprietà dei cartellini dei giocatori da parte delle società.

Ciò non impedisce però di prendere spunto per migliorare il prodotto offerto, soprattutto a livello di coppe europee, incrementando e spalmando più equamente i guadagni.

Ripartire dal modello Stern è la scelta di “giovani” dirigenti con una visione di prospettiva a lungo termine e un po’ di sana pazzia.

Come applicare il modello al calcio europeo?

Citiamo il caso della serie A italiana. La vendita dei diritti televisivi, gestita negli ultimi anni in maniera quasi dilettantesca da dirigenti di presunta esperienza, è decisamente da rivedere.

Si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi del tetto salariale, livellando verso l’alto il valore delle squadre con più competitività, più spettacolo e maggiore rivendibilità del prodotto.

Solo la Premier League sembra avere l’appeal giusto: Francia, Italia e Germania hanno una sola squadra contro tutte da anni e in Spagna le contender al titolo sono le solite.

Parliamo dei ricavi dai biglietti. I palazzetti NBA sono quasi sempre pieni nonostante i prezzi folli: a Los Angeles i prezzi vanno dai 13500 $ ai 198 $.

Qui gli stadi sono semi-vuoti (anche in questo caso Italia in prima linea…) con costi non giustificati dallo spettacolo e dai servizi offerti.

Al momento ci sono gli uomini immagine in grado di fare da traino per lo sviluppo del movimento calcistico: Messi, Cristiano Ronaldo e, in prospettiva, Mbappè.

Atleti principi del marketing, capaci di spostare milioni di follower sui social e di riempire gli stadi praticamente da soli.

Nel futuro le società cercheranno di sfruttare meglio le potenzialità che questi atleti riescono a offrire o rimarranno indietro sperando sempre in qualche Paperone che paghi i debiti?

Il modello attuale sembra diventato noioso e obsoleto, un modello in cui vincono sempre i soliti e gli altri sono semplici spettatori dello show dei più potenti. Speriamo in un cambio di rotta o il tragico schianto sarà inevitabile.