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Suicidio assistito: diamo l’ultima spinta all’aspirante suicida sul cornicione?

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suicidio assistito

Prosegue il dibattito fra sordomuti a proposito del pronunciamento della Consulta in materia di suicidio assistito. È vero che la sentenza non è stata ancora integralmente pubblicata, ma l’essenziale è stato detto.

A determinate condizioni, così si legge nella nota, chi presta aiuto al suicidio può non incorrere nelle pene previste dall’art. 580. Articolo, quest’ultimo, di cui la Corte avrebbe potuto dichiarare l’incostituzionalità, e che invece ha considerato pienamente conforme ai valori sanciti dalla nostra Carta costituzionale.

Per molti, invece, piuttosto che una parziale depenalizzazione, la Corte avrebbe aperto il vaso di Pandora di un’aperta legalizzazione:

“D – Chi è favorevole sottolinea che si tratta della libera scelta di un malato gravissimo impossibilitato a suicidarsi, che viene aiutato da qualcun altro, autorizzato e controllato dallo Stato…

R – Se ci si riflette è agghiacciante che lo Stato garantisca questo. È come se di fronte a un aspirante suicida in bilico su un cornicione, per rispettare la sua volontà di farla finita, lucida e magari espressa più volte, si chiamasse un medico o un poliziotto a dargli l’ultima spinta. Non è aberrante?” (da “Avvenire”, 28 settembre 2019).

Suicidio assistito: il malato va sempre sostenuto

Dalla recente sentenza della Consulta si può ricavare un’altra conclusione. L’aspirante suicida non va semplicemente aiutato a togliersi di mezzo, come se la società non aspettasse altro. Al contrario: il malato va sempre sostenuto e bisognerà fare di tutto per rimuovere le cause che lo inducono a desiderare la morte.

Se nonostante ciò, e senza l’autorizzazione della legge, un disperato aiuterà un altro disperato a morire, i giudici valuteranno la non punibilità. Che non è garantita a priori, ma subordinata all’accertamento, post factum, di determinate condizioni attenuanti.

Certo, tutto questo non potrà essere percepito se chi ha aiutato a morire continuerà ad avere l’atteggiamento trionfale e provocatorio di Marco Cappato, che non mostrando alcuna consapevolezza del carattere estremo del proprio gesto, scambia la disperazione di chi non vede alternative per un diritto di libertà, e trasforma il suicidio, da tragica eccezione, in routine sanitaria.