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Uccise Vanessa con l’ombrello nell’occhio: rom libera con 4 anni di anticipo

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vanessa russo

In molti ricorderanno Vanessa Russo, la ragazza romana di 23 anni uccisa nell’aprile del 2007 da una romena.

La giovane vittima si trovava nella metro della stazione Termini quando Doina Matei, una delle romene che l’aggredirono, le conficcò la punta di un ombrello nell’occhio sinistro.

Soccorsa dal 118 e trasportata in ospedale, Vanessa Russo morì il pomeriggio del 27 aprile 2007 dopo una emorragia cerebrale.

Oltre a studiare per diventare infermiera, Vanessa lavorava in una gelateria nel centro di Roma, il posto in cui si stava recando prima dell’aggressione. Nel 2010 la romena fu condannata in via definitiva a 16 anni di reclusione.

Ieri, martedì 25 giugno, il magistrato di sorveglianza del Tribunale di Venezia ha firmato per la sua libertà: Doina Matei è uscita dal carcere con 4 anni di anticipo per buona condotta.

Nel 2015 ottenne la semilibertà e pubblicò alcuni scatti al mare tra lo sdegno dei genitori di Vanessa e la rabbia di buona parte dell’opinione pubblica.

“Al dolore si è aggiunta anche la beffa. Nostra figlia nella tomba e lei al mare”. Questo il commento del padre che, sin dal primo momento, ha sempre sostenuto la tesi dell’omicidio volontario rispetto a quello preterintenzionale stabilito dai giudici.

Vanessa Russo, orgoglio di mamma e papà

Una vicenda drammatica che, da un giorno all’altro, ha lasciato un vuoto incolmabile per questi due genitori, che non hanno più potuto riabbracciare la giovane figlia: “Una ragazza d’oro. Era il nostro orgoglio” ricordano i coniugi Russo.

La certezza della pena in Italia sembra apparire come un miraggio. Secondo l’avvocato della ragazza romena, Doina Matei, “ha capito di aver sbagliato ed è pronta a iniziare la sua nuova vita”.

Ci auguriamo sia davvero così, perché il ruolo del carcere dovrebbe essere proprio questo: capire gli errori commessi e reinserirsi nella società. La semplice reclusione, fine a se stessa, non avrebbe alcun senso.

Ma Vanessa a casa non tornerà mai più e, per quanto legittimo il reinserimento nel tessuto sociale, sarebbe quanto meno doveroso far rispettare una sentenza.

Ancor di più far comprendere alla Matei che non è mai troppo tardi per porgere le scuse… a oggi mai arrivate.